PEN on Twitter

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In my first life I lived in a northern Italian city, on the Po River.  I taught Italian literature, history and Latin in high school, and ran the best bookstore in the city. 

Since 2008, living my second life in Brooklyn, I have written (in Italian) an historical novel and begun another set in the 1950’s.  With my American wife, I share the pleasure of playing with/in  two languages, translating Italian poets and prose writers.  My work has appeared in A Public Space, AGNI, West Branch, and other journals.  I am trying to update my cultural imprinting as an intellettuale organico,as the young Antonio Gramsci might have done—adjusting to the perception of a new global order/disorder that places me on the challenging, vital edge between depression and euphoria.  I love New York as the best place to make this effort, and consider the PEN World Voices Festival a terrific cultural event that could only be held here.  

Lunedì 30 Aprile 2012, prima giornata del PEN World Voices Festival 2012.  Cominciamo bene!  Primo disagio. Alle 7:30 pm ci sono due eventi in contemporanea.  La Parade of Illuminations sulla High Line: Opening Procession for the PEN WVF, e l’Incontro al Greenlight Bookstore, 686 Fulton Street, Brooklyn:Jaffrey Yang, traduttore del premio Nobel per la Pace, lo scrittore cinese Liu Xiaobo, in conversazione con Larry Siems, direttore di PEN America Center’s Freedom to Write, tra i principali sostenitori della sua candidatura a Premio Nobel per la Pace 2012, e della sua scarcerazione in Cina, e autore del recente, esplosivo The Torture Report (http://www.orbooks.com/catalog/the-torture-report/).

Capisco che la Parade sia importante, e ben congegnata, mi piace anche la sua idea fondante, di ampliare il concetto di letteratura in tutte le sue incarnazioni.  Ma perchè porla in alternativa all’altro evento, che pure mi sembra incarni la ragione stessa dell’esistenza di PEN, che è di difendere la libertà di espressione degli scrittori?

Tra l’altro, perchè l’incontro alla Greenlight è inserito solo nei Notable Non-Festival Events?

Mi dispiace, mi divertirò di meno, ma andrò al Greenlight Bookstore! 

Ho fatto bene! Eravamo in pochi al Greenlight Bookstore, ma è stato un incontro intenso e anche commovente. 

Jeffrey Yang, suo traduttore, e poeta lui stesso, ha letto alcune poesie di Liu Xiaobo, tratte dal volume Elegie del 4 Giugno, con ovvio riferimento alle dimostrazioni di piazza Tien An Men, iniziate il 4 giugno 1989.   Le ha lette con la sua voce vellutata, in un inglese che cerca di imitare i ritmi e le sonorità della lingua cinese.

Larry Siems, direttore di PEN America International Center’s Freedom to Write programs, si è soffermato sull’impegno di Liu Xiaobo nella difesa dei diritti umani in Cina, raccontandoci gli episodi più determinanti nella vita di questo poeta, che da solo tiene in scacco un intero governo. 

Il giovane traduttore ha voluto mettere l’accento sull’espressione poetica dell’impegno civile di Liu Xiaobo, che del resto si intreccia indissolubilmente alla sua stessa vita, completamente dedicata alla causa degli human rights. 

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Photo © Beowulf Sheehan/PEN American Center

Grande musica al Grace Rogers Auditorium del Metropolitan Museum of Art…e poca letteratura.

L’idea era buona, anche se non nuova, ma avrebbe richiesto una preparazione più accurata.  Solo Tony Kushner ha capito il senso della serata ed ha cercato di ritmare le sue letture in accordo con la vasta gamma di accenti e colori e pause e fughe e ripetizioni della musica suonata dal Kronos Quartet.  

Da Rula Jebral mi aspettavo di più.  La ricordavo giornalista in Italia qualche anno fa, spavalda e aggressiva, incurante delle regole ingessate dei dibattiti TV ancora infarciti di moderatismo democristiano.  Allora mi piaceva la sua aggressività un po’ naive, che rispettavo, e mi sembrava la giusta sintesi di una educazione raffinata e della sua indelebile matrice di giovane donna palestinese, emancipata e affamata di giustizia. Ieri sera queste sue qualità sono riemerse, ma in un contesto che esigeva un po’ più di sofistication.  L’audience di questo PEN event non aveva bisogno delle ‘tirate’ ideal-politiche di Rula, percepite come ovvie prediche dal sapore un po’ savonaroliano.  Il disagio non si è manifestato apertamente, ma serpeggiava nel linguaggio gestuale ed ha trovato sfogo al termine della lunga, per certi versi imbarazzante performance.  Ho cercato di tamponare le critiche che fiorivano attorno a me, sostenendo che Rula è così (forse è una mia projection), irruente e passionale, poco attenta alle convenzioni, perchè urge in lei l’accumulo di rancore per le ingiustizie perpetrate nel mondo—di cui il suo popolo è simbolo—e che suonano a lei, e anche a noi, come stridenti contraddizioni nel paese della Libertà.  Ma talora, quando la sua eloquenza si trasformava in retorica, ancorchè inconsapevole, e debordava, avrei voluto zittirla.

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Photo © Beowulf Sheehan/PEN American Center

Si comincia con la gag—non importa se volontaria o no—del microfono che non funziona.  Così il pubblico, prevalentemente donne di una certa età, ma anche parecchi virgulti del creative writing alle prime armi, si scalda per il suo ruolo di clac nel corso della ininterrotta raffica di battute che ha riempito la serata.  

L’intervistatrice emetteva a intermittenza strani suoni gutturali che solo a tratti si riconoscevano come tentativi di dire oh yes…right…of course…: non riusciva, o non osava, ma avrebbe voluto, era evidente, tener testa alla Atwood, nella produzione a getto continuo di understatements alla woody allen, con qualche pausa civettuola in più per consentire al pubblico di emettere la sua risata di commento.  

Mi aspettavo chissà quali rivelazioni su come e quando e quanto Margaret Atwood usa i social media, e quali, ma si è parlato solo di Twitter, e comunque mi è piaciuto il tono di demistificante ironia con cui la scrittrice ha voluto smontare ogni illusione sui poteri del web.

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Location che più adatta non si può, nonostante qualche ritocco…e una riverniciata, e comunque se qualcuno dubitava di essere tornato al Bowery Poetry Club, basta che cerchi il bagno, e ritroverà le storiche scritte che ne fanno un graffiti…stimolante, come ha detto il frizzante Michael F. Moore, come sempre ideatore, presentatore e factotum della serata, forse per cheer up il pubblico, stranamente intimidito.

Quest’anno il certame era tra l’inglese e lo spagnolo.  Presenti soprattutto traduttori e   parlanti lingua spagnola in tutte le sue diverse accezioni (castigliano, peruviano, argentino, colombiano, etc.).

Proiettato sullo sfondo il testo da tradurre (si leggeva poco, sarebbe meglio ingrandirlo), e a seguire la lettura delle traduzioni in competizione.

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Metà, no, più di metà dell’audience erano russi, o russi-americani, o comunque parlavano e capivano il russo, perchè gli applausi o i mormorii di consenso arrivavano prima della voce dell’interprete, che per fortuna di chi come me non sa il russo, mostrava una eccezionale fluidità e competenza, annullando il senso di estraneità spesso indotto dalla pausa della traduzione.

Non sapevo nulla di Ludmila Ulitskaya, aldilà del nome.  Anderson Tepper ha posto domande intelligenti, non debordando come spesso fanno gli intervistatori, lasciando tutto lo spazio a Ludmila…e alla sua eccezionale traduttrice.

Ludmila si è rivelata una donna coriacea e sensibile allo stesso tempo.  Senza alcuna retorica, ma senza dubbio fiera  e consapevole, fa capire la differenza che la separa da noi, partigiani della sua indipendenza.  Diversamente da noi, lei lavora con la parola, orale o scritta, in un paese in cui la libertà di espressione non si è ampliata di molto dai tempi del regime sovietico.

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A love affair with Turkey! Mi sembra un po’ eccessivo…d’accordo che è la seconda parte del titolo del libro che ha dato origine alla serata, ma alla fine è risultato anche il titolo con cui l’evento viene presentato nel programma del PEN World Voices Festival.  

E’ vero che abbiamo ascoltato musica classica ottomana e poesia della tradizione mistica derviscia, suoni e parole che affascinano il turista occidentale, ma la realtà è che la Turchia oggi è teatro di un rapporto molto complicato tra la sua anima secolarizzata che tende all’Europa e le nuove pulsioni delle varie anime islamiche che la legano al mondo arabo medio orientale, senza contare le cicatrici del genocidio armeno e la annosa questione curda.

Proprio pochi giorni fa è apparso un articolo sul NYT che avanzava alcuni dubbi sul ruolo che il movimento di ispirazione sufi di Fethullah Gulen sta assumendo oggi nella società turca. La sua rapida espansione nel mondo della scuola e dell’educazione in genere, nel campo dell’assistenza sociale e anche nei gangli più vitali dell’organizzazione dello stato, inducono il lettore ad un istintivo parallelo con la progressiva occupazione della società palestinese da parte di Hamas.

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