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Photo © Beowulf Sheehan/PEN American Center

Grande musica al Grace Rogers Auditorium del Metropolitan Museum of Art…e poca letteratura.

L’idea era buona, anche se non nuova, ma avrebbe richiesto una preparazione più accurata.  Solo Tony Kushner ha capito il senso della serata ed ha cercato di ritmare le sue letture in accordo con la vasta gamma di accenti e colori e pause e fughe e ripetizioni della musica suonata dal Kronos Quartet.  

Da Rula Jebral mi aspettavo di più.  La ricordavo giornalista in Italia qualche anno fa, spavalda e aggressiva, incurante delle regole ingessate dei dibattiti TV ancora infarciti di moderatismo democristiano.  Allora mi piaceva la sua aggressività un po’ naive, che rispettavo, e mi sembrava la giusta sintesi di una educazione raffinata e della sua indelebile matrice di giovane donna palestinese, emancipata e affamata di giustizia. Ieri sera queste sue qualità sono riemerse, ma in un contesto che esigeva un po’ più di sofistication.  L’audience di questo PEN event non aveva bisogno delle ‘tirate’ ideal-politiche di Rula, percepite come ovvie prediche dal sapore un po’ savonaroliano.  Il disagio non si è manifestato apertamente, ma serpeggiava nel linguaggio gestuale ed ha trovato sfogo al termine della lunga, per certi versi imbarazzante performance.  Ho cercato di tamponare le critiche che fiorivano attorno a me, sostenendo che Rula è così (forse è una mia projection), irruente e passionale, poco attenta alle convenzioni, perchè urge in lei l’accumulo di rancore per le ingiustizie perpetrate nel mondo—di cui il suo popolo è simbolo—e che suonano a lei, e anche a noi, come stridenti contraddizioni nel paese della Libertà.  Ma talora, quando la sua eloquenza si trasformava in retorica, ancorchè inconsapevole, e debordava, avrei voluto zittirla.

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